La montagna che (non) vogliamo

Alcuni eventi ci obbligano più di altri a trovare il tempo per riflettere e confrontarci. Quando si ha la sensazione che qualcosa stia sfuggendo di mano, poi, quello di fermarsi e discutere assieme diventa un imperativo. Soprattutto se ad essere in pericolo sono il rispetto, la salute, l’equilibrio e l’immagine di un territorio delicato e fragile come quello delle nostre Alpi.

Condividiamo in anteprima sul nostro sito la mozione che verrà discussa nella sessione di aprile del consiglio provinciale, sperando che possa essere un’occasione per porre dei limiti a pratiche di dubbio valore sociale, ambientale e culturale per la nostra montagna.

 

PROPOSTA DI MOZIONE di DONATA BORGONOVO RE

“VERSO UNA MONTAGNA DA BERE?”

Curiosa la coincidenza di luogo e di date: 17 marzo 2017, “Sul Presena uno stadio a tremila metri: il primo stadio dello skialp in quota con relative tribune, dal quale si potrà assistere al sempre spettacolare e affollato cambio delle pelli”; 27 marzo 2018: “Concerto ad alta quota sul ghiacciaio Presena con il celebre rapper milanese che farà ballare tutti a ritmo di rap”. Davvero curioso. Il ghiacciaio del Presena, pur graziato quest’anno da un inverno generoso di neve, costituisce da molto tempo un drammatico segnale delle profonde trasformazioni fisiche subite anche dagli ambienti alpini delle alte quote a seguito, da un lato, delle variazioni climatiche e, dall’altro, dell’incremento della pressione antropica di tipo turistico e sportivo. Le immagini, in questo caso più efficaci delle parole, mostrano con impietosa chiarezza la riduzione dell’estensione e del volume del ghiacciaio che dagli 82 ettari registrati nel 1962 dal Catasto dei Ghiacciai Italiani è passato ai 32 ettari misurati nel 2011 dalla Provincia autonoma di Trento (vedi Programma sperimentale Ghiacciaio di Presena occidentale, settembre 2011). Dall’estate 2010, accanto a rocce e ghiaioni, sono dunque malinconicamente posati enormi teli bianchi di materiale geotessile che proteggono le parti di ghiacciaio ancora adibite a piste di discesa, allo scopo di preservarne lo spessore nevoso riducendone il processo di fusione.

In un ambiente naturale così delicato e gravemente compromesso, pur nella sua resiliente bellezza, forse si dovrebbe iniziare ad entrare in punta di piedi, scegliendo di selezionare tra le molteplici attività umane che taluni desiderano (perché economicamente interessanti…) realizzarvi, solo quelle effettivamente compatibili con le condizioni di fragilità dei luoghi. Portare in quota (l’anno scorso gratuitamente!) centinaia, forse migliaia di persone –non tutte necessariamente educate al muoversi in montagna e dunque al rispetto del particolare contesto alpino- per una gara di scialpinismo o per uno spettacolo musicale, realizzando strutture (ancorché temporanee) impattanti ed inquinanti costituisce un vulnus pesante anzitutto per la natura e per i suoi equilibri, già messi in difficoltà da eventi esterni di portata epocale. Ma costituisce anche una pericolosa scelta culturale che favorisce l’affermarsi, nelle persone e nelle comunità, dell’erronea convinzione che non vi sia alcun limite alle proprie scelte ed al proprio agire, ma che anzi tutto sia possibile (purché la tecnologia offra adeguate soluzioni). E che anche la montagna, persino quella alta, un tempo meta raggiungibile solo a prezzo di grandi fatiche e dunque alla portata di pochi appassionati, sia in fondo un luogo come altri, nel quale ora la facilità di accesso si accompagna alla replicabilità delle abitudini urbane con il loro inevitabile corollario di criticità (rumore, affollamento, consumo disordinato…). Ancora una volta, insomma, “una condizione resta immutabile: la sottomissione della montagna alla città” … (S.Reolon, Kill Heidi).

Si potrebbe obiettare: stiamo parlando di due episodi avvenuti a distanza di un anno l’uno dall’altro. Uno scivolone di ridotte dimensioni rispetto all’immagine equilibrata di un Trentino generalmente attento alla qualità della gestione del suo territorio ed alla promozione di un modello turistico sostenibile e rispettoso delle peculiarità della montagna. Condivido in parte questa lettura, ma rilevo che di scivoloni ce ne sono stati altri, in questo ultimo anno, e non di poco peso… Mi riferisco per esempio al raduno dei quad tenutosi nel giugno 2017 tra le Dolomiti bellunesi e quelle trentine. A questi rumorosi mezzi a quattro ruote è stato consentito di percorrere 98 Km –dei quali 72 su strade sterrate forestali e su qualche tracciato di piste da sci- tra i territori di Falcade, Canale d’Agordo e Moena, senza che le amministrazioni abbiano chiesto agli organizzatori la presentazione di una valutazione di incidenza della manifestazione su luoghi di pregio e per questo inseriti nella Rete Natura 2000. Al frastuono dei motori ha dunque fatto eco il silenzio delle istituzioni che sembrano non essersi poste il problema della compatibilità di un’attività così invasiva ed aggressiva nei confronti di territori integri ma fragili e dai delicati equilibri naturalistici. Per questo, l’associazione ambientalista Mountain Wilderness è intervenuta per sollecitare una più decisa azione dei soggetti pubblici ed in particolare della Fondazione Dolomiti UNESCO, rimasta anch’essa silente di fronte ad un evento svoltosi sul suo territorio, con caratteristiche in forte contrasto con i suoi principi fondativi e con le finalità di tutela di un ‘Patrimonio dell’umanità’ cui la Fondazione stessa è preposta. In quell’occasione, MW ha richiesto una presa di posizione netta riguardo ad una pluralità di temi: la tutela delle aree protette e del paesaggio alpino, la promozione di un turismo realmente sostenibile, la conservazione del patrimonio naturale e immateriale, lo sviluppo di politiche di formazione, informazione e marketing coerenti con questi fini. Si chiedeva inoltre che tutti gli attori istituzionali coinvolti (i Comuni e la Provincia che pure sono soci sostenitori della Fondazione) si facessero promotori di un reale cambiamento nell’uso del territorio montano, soprattutto laddove sottoposto a specifica tutela, investendo in progetti di qualità ed in percorsi culturali coerenti con la bellezza dei paesaggi alpini e con la conservazione della preziosa biodiversità che questi racchiudono. E se qualcuno pensasse ancora che queste richieste siano solo il frutto delle eccessive preoccupazioni di un ambientalismo esasperato ed esasperante, forse davanti alle parole che seguono potrebbe fermarsi a riflettere…

 “Lo scrittore che ha amato di più le Dolomiti è stato il bellunese Dino Buzzati (1906-1972), cresciuto sotto i profili dentati della Schiara, la montagna di casa, e perdutamente attratto dalle Pale di San Martino, dove tornava ogni estate, a settembre, con la guida e amico Gabriele Franceschini.

Buzzati è stato stregato come pochi dai contrasti delle Dolomiti, dai toni dolci dell’altopiano delle Pale dopo le emozioni forti della scalata. Si è portato dentro quei paesaggi per tutta la vita e con la memoria di quei paesaggi e di quelle emozioni ha ambientato le novelle e i romanzi. Basta leggere tra le righe e le Dolomiti di Buzzati riappaiono sempre, anche tra i palazzi di una città o dietro le allucinazioni del tenente Drogo perso nello stillicidio del tempo. Le malinconie delle Pale riprendono forma nelle atmosfere sospese de Il deserto dei Tartari, accanto ai ricordi della Val Belluna, alle fortezze naturali di Val Canali e agli scorci remoti di Canàl d’Agordo:

«L’Altopiano s’allarga sconfinato nelle sue grigie lastronate di dossi vallette crepacci costiere rocciose, orlato in fondo dalla frastagliata catena settentrionale delle Pale; ad occidente ci sovrasta la grandiosità della Cima Lastèi, a meridione i profili netti della catena meridionale sopra il gran solco della Val Canali. In fondo a queste cime l’inconfondibile isolato vecchio Sass de Mura. Alla sera, prima di dormire, egli dice: “Mi piace pensare che torniamo sulla Manstorna, spero che la via che mi proponi non sia troppo difficile e che in vetta si possa goder tutto”».

Attraverso la vertigine dell’arrampicata, con la paura che prende allo stomaco quando la parete si mette a girare e il vuoto sembra inghiottire l’alpinista, Buzzati cerca sempre quell’attimo di pace, quell’istante di perfezione che gli sfugge di vetta in vetta, di racconto in racconto. Proprio dopo aver realizzato uno dei sogni più belli, un’ascensione importante come lo spigolo del Velo alla Cima della Madonna, è felice solo a metà e apostrofa l’amico Franceschini: «…e piantala con questa storia degli uccellini! Lo sai meglio di me, no? Li hanno ammazzati tutti, li hanno ammazzati. Li hanno cotti in pentola, quei malnati. E adesso, vedrai, ammazzeranno anche le piante. E non ci saranno più nemmeno i boschi. Credi che non sappia? Qui regneranno soltanto il cemento, l’asfalto, le macchine e la morte. E allora saranno soddisfatti, finalmente».

La sensibilità buzzatiana coglie i rischi del turismo di massa e la fragilità dell’ambiente dolomitico. Quando i “valorizzatori” del territorio minacciano il proseguimento della strada di Misurina verso la Forcella Lavaredo e l’altopiano delle Tre Cime, Dino scrive incollerito sul Corriere della Sera: «Con che vandalico entusiasmo l’immondo coro degli scappamenti devasterà i purissimi silenzi! Sotto le sdegnose rupi, nelle notti di luna, scintilleranno di luminarie al neon le stazioni di servizio. Su per i canaloni tenebrosi, dove sepolte dalle frane le ossa di qualche alpino ancora giacciono, salirà il crepitio svergognato dei ‘due tempi’, mescolato a echi di orchestrine».

La carrozzabile si è fermata al rifugio Auronzo, per fortuna, eppure oggi è bene rileggere queste parole. Conosciamo perfettamente le metastasi dello sviluppo illimitato, però abbiamo perso lo sdegno innocente di Buzzati e il candore del suo sguardo innamorato. Siamo assuefatti, quindi in pericolo”.

(Un Buzzati ancora attuale in http://www.enricocamanni.it/pubblicazioni/rubrica-storie, agosto 2017).

 

E’ questa assuefazione che accompagna gli ‘scivoloni’ di cui stiamo parlando e della quale dobbiamo diffidare, esercitando una paziente vigilanza sulla realtà che ci circonda. Ad esempio, che dire di quanto talvolta accade persino all’interno di aree protette da appositi Enti quali i Parchi naturali? Istituzionalmente queste realtà hanno il compito di custodire la biodiversità di territori particolarmente pregiati sul piano naturalistico, all’interno dei quali le attività umane sono regolate per mantenere un delicato ma efficace equilibrio con il mondo selvatico. Il parco perfetto non è quello “senza l’uomo”, come scrive Vittorio Ducoli (Direttore del Parco naturale di Paneveggio – Pale di S.Martino) ma è quello che diviene “laboratorio territoriale nel quale si sperimentano modelli di gestione delle risorse territoriali che possono ispirare, quanto a principi fondanti, anche i territori non protetti contribuendo a disegnare un coerente percorso di sviluppo sociale. Recuperando le basi di una identità locale ed attribuendo valore all’azione di conservazione ambientale” (Quaderno 2 Progetto CiVà). Se dunque un Parco come quello dell’Adamello Brenta autorizza la realizzazione di un tracciato per mountain bike in zone tutelate per la loro particolare delicatezza naturalistica, vista la presenza del gallo cedrone e dell’orso, (aprile 2017) oppure autorizza un evento musicale che porterà in quota, nelle ore del tramonto, centinaia di persone che balleranno con un gruppo di dj (Monte Spinale, 31 marzo 2018), non abbiamo forse un ottimo motivo per essere ancor più preoccupati? Quale ‘modello alternativo di sviluppo’ si sta proponendo in questi casi? Quale protezione si sta garantendo all’ambiente alpino ed alla biodiversità che lo connota? Quale ‘identità locale’ sta esprimendo le sue peculiarità, richiamando un turismo rispettoso e responsabile che possa dare un futuro sostenibile alla montagna e a chi la abita? Non basta sottolineare che le aree protette trentine (Parchi, Riserve, Siti e Zone della Rete Natura 2000) coprono il 30% della nostra provincia: bisogna che da questa rete di (potenziale) eccellenza ambientale provengano segnali inequivocabili per un diverso stile di gestione e di governo del territorio, delle sue risorse e della convivenza sostenibile delle sue comunità.         

‘Riminizzare la montagna’, ‘Trasformare la montagna in un parco giochi’, ‘La spettacolarizzazione della montagna’, ‘La montagna ridotta a stadio’, ‘Lo scempio delle montagne’: espressioni tutte che tentano di rappresentare con immagini forti quello che Franco De Battaglia, di fronte allo stadio sul ghiacciaio del Presena, aveva definito come “il segno di un territorio che si è smarrito” (Adige 19 marzo 2017). Perché questo è il vero tema in discussione: per noi, per le nostre comunità, per le nostre istituzioni cosa significa essere inseriti in territori di montagna? Quali legami abbiamo con il difficile ma generoso ambiente alpino nel quale viviamo? Quali responsabilità sentiamo di assumerci nei confronti di risorse naturali, ambientali e culturali che sono state preservate per secoli e che sembriamo talvolta voler dilapidare attraverso comportamenti e scelte miopi, inappropriate se non decisamente dannose? Cosa è rimasto in noi di quelle “generazioni secolari che volevano e sapevano ‘coltivare il territorio’ secondo tanta vissuta saggezza, pur senza la ormai vaga e superficiale istruzione moderna, fatta di troppo chiacchere e di poco saper fare” (come scriveva tempo fa Mario Antolin Mùson)? Nella convinzione che le istituzioni debbano coraggiosamente e saggiamente guidare ed accompagnare i processi di sviluppo territoriale secondo criteri di sostenibilità (sociale ed ambientale, oltreché economica) e debbano esercitare pienamente un ruolo di vigilanza e di controllo, a garanzia del rispetto dei beni comuni –materiali ed immateriali che siano- da preservare per le generazioni future,

Il Consiglio impegna la Giunta

  • Ad aprire un approfondito e documentato confronto con le Amministrazioni locali, con gli Enti Parco, con la Fondazione Dolomiti UNESCO, con l’Università, con le Associazioni ambientaliste e di tutela della montagna per definire chiare ed il più possibile condivise Linee guida per l’individuazione delle attività umane incompatibili con le peculiarità dei territori montani;
  • Ad effettuare con rigore i controlli previsti dalla legislazione vigente, accompagnandoli con una capillare azione informativa e con una tempestiva consulenza alle amministrazioni locali, spesso prive delle competenze necessarie per intervenire efficacemente;
  • A monitorare le situazioni di conflittualità legate ad utilizzi di dubbia sostenibilità delle aree alpine, con particolare attenzione alle zone soggette a tutela ambientale ed ai territori dolomitici inseriti nei beni UNESCO;
  • A riferire alla Commissione consigliare competente l’esito delle attività svolte in attuazione alla Mozione, entro la chiusura della legislatura in corso.

Consigliera Donata Borgonovo Re

Trento, 29 marzo 2018

 

ALTRI RIFERIMENTI:

“I Bastard sulla Tosa con l’elicottero, scoppia nuovo caso”, da Trentino, 12 aprile 2018

“Un sito Unesco rimanga bene prezioso”, da Trentino, 4 aprile 2018

La discoteca in quota scatena le polemiche, da Trentino, 3 aprile 2018

“Grave errore il concerto nel Parco”: Zubani critico con le Regole sullo show di Sinclair, da l’Adige, 30 marzo 2018

Alessandro Gogna, La prima arena del tifo a 3000 metri, 20 marzo 2017

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Riportiamo qui sotto anche la simpatica ma efficace lettera indirizzata a Bob Sinclair dall’Osservatorio Spontaneo per il Rispetto dell’Ambiente in Provincia di Trento:

Caro Bob Sinclar, 
ti scriviamo per chiedere il tuo aiuto.
Ti consideriamo una persona intelligente e proprio per questo speriamo nella tua comprensione.
Ci riferiamo all’invito che ti è stato fatto per andare a fare uno dei tuoi spettacoli “nel cuore delle Dolomiti”, come gli stessi soggetti responsabili dell’idea hanno ammesso. Il “sistema” Madonna di Campiglio, che ora purtroppo ha inglobato anche Pinzolo e altre zone in Val di Sole, è tristemente noto dal punto di vista della tutela dell’ambiente e del paesaggio.
Ecco, l’aiuto che ti chiediamo è di riflettere bene prima di accettare inviti come questi o perlomeno di fare delle controproposte brillanti, la prossima volta. 
Lo diciamo per te, perché come ben sai sei considerato più cool se usi la testa e diffondi buoni messaggi a difesa del creato invece che indirizzati alla sua rovina.
Ed è facile scoprire chi ti vuole rovinare l’immagine: chiunque ti chieda di fare concerti in posti belli, come quelli che ancora non sono stati rovinati attorno a Campiglio, perché se sono belli vuol dire che lì la natura è ancora presente. 
Se la natura è ancora presente e abbastanza sana ti deve venire il sospetto che ci possano vivere degli animali selvatici che, in un inverno con molta neve come questo, hanno già molti problemi a sopravvivere. 
E perché vuol dire che li ci sono persone che vivono questi posti come luoghi sacri.
Tu sei francese, vivi in uno degli stati più rovinati d’Europa dove gli antichi boschi sono stati cancellati per fare spazio all’agricoltura intensiva industriale. Tu lo sai come i francesi siano affezionati anche ai boschi più piccoli e artificiali, in mancanza d’altro..ci sarà un perché!
Qui chi ama la propria casa (la natura) è più fortunato, le montagne e gli esseri viventi che cercano di sopravvivervi erano troppo difficili da eliminare per fare spazio all’uomo.
Quelli come l’ultimo che ti è arrivato sono inviti fatti da parte di soggetti che usano la tua persona, la tua immagine e le tue abilità di intrattenitore per portare le masse nel cuore di aree protette a livello ufficiale (in questo caso a diversi livelli, con regole riconosciute a livello internazionale), a danno dell’ambiente e della godibilità del “sound della natura”, che sicuramente piace anche a te.
Eri in un Parco Naturale (Adamello Brenta) che, per le sue caratteristiche uniche dal punto di vista della fauna (l’orso bruno per primo), della flora e del paesaggio, già cento anni fa era stato proposto come area da proteggere totalmente, perché di importanza internazionale. 
Purtroppo questo Parco negli anni scorsi è stato gestito anche da persone che avevano l’obiettivo di smantellarlo quindi ora si trova, indebolito, ad avere un complesso di inferiorità tale nei confronti delle funivie da assecondare anche queste iniziative pur di raccogliere consensi di questa potente lobby e non apparire come guastafeste.
Tutti noi speriamo in una sua rinascita a difesa della natura, quindi dell’uomo, nel più breve tempo possibile.
La Provincia Autonoma di Trento, che dovrebbe fare da regista e da arbitro in questo tipo di contrasti istituzionali, purtroppo non ha nel suo Consiglio abbastanza persone in grado di assolvere il proprio compito o interessate a farlo. Ma questa è politica locale, e a te non interessa.
A proposito, lo sai che le Dolomiti sono state inserite nell’elenco dei beni dell’umanità, quindi da difendere a tutti costi e in eterno? Beh, tu fisicamente non eri in una zona di Dolomiti riconosciuta come bene dell’umanità dall’Unesco perché le piste da sci e gli impianti di risalita che vi sono stati costruiti sopra ne sono stati esclusi. Il nostro patrimonio dell’umanità è più piccolo di come dovrebbe essere perché la piste, gli impianti di risalita, gli alberghi, i ristoranti in quota e il turismo di massa che li contraddistingue sono brutti, dannosi all’ambiente e alla cultura dei popoli. Non lo diciamo noi, semplici abitanti di questi luoghi che provano a fare qualcosa per non vedere tutto rovinato, è proprio così che sono ufficialmente andate le cose quando è stata ora di tracciare i confini di tutela da parte delle varie delegazioni internazionali!
Ma la tua musica purtroppo si sentiva in gran parte delle Dolomiti di Brenta.. zona protetta con delle leggi apposite per evitare i rumori molesti. La tua musica si sentiva anche sui versanti che avevi di fronte, quelli del gruppo montuoso dell’Adamello e della Presanella, anch’essi protetti dalle stesse leggi.
E la tua, ti renderai conto, non è la musica più adatta a questi luoghi.
Per concludere e non disturbarti più, ti diciamo che saresti un figo se la prossima volta accettassi il lavoro ma, educando e sensibilizzando chi ti fa la proposta, proponessi tu stesso una location più adatta. 
Non contestiamo la tua musica, che va bene al chiuso se sei in una valle tra le montagne, ed è ok all’aperto se sei in una qualsiasi città di pianura dove la natura è ormai rovinata (disturbo agli umani amanti di altri generi musicali a parte).
Riconosci come valida qualcuna di queste osservazioni e proposte?
Scusa se usiamo un tono semplice nello scriverti, ma vogliamo che capiscano anche a Madonna di Campiglio e al Parco Adamello Brenta perché mettiamo in copia anche loro.
Speriamo si mettano d’accordo.

Tutti quelli che si riconoscono in questa lettera, e ti assicuro che sono molti di più di quelli che stavano sotto il tuo palco sullo Spinale, ti salutano e ti augurano un buon proseguimento di carriera, che d’ora in poi crediamo avrà un valore aggiunto: la sensibilità nei confronti dell’ambiente.

Osservatorio Spontaneo sul rispetto per l’ambiente in Provincia di Trento

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